Mercoledì 18 febbraio 2026 si è tenuto presso la Fondazione UNIMI l’incontro con la socia Cristiana Rogate, dedicato al tema dell’integrazione dei criteri ESG nella governance, nella strategia e nella comunicazione. Un momento di riflessione che ha riportato al centro una domanda essenziale: come trasformare la sostenibilità da esercizio formale a leva concreta di credibilità e fiducia?
L’intervento ha preso le mosse da un’esperienza personale e professionale maturata negli anni in cui il tema della responsabilità era ancora “sotto traccia”. Rogate ha ricordato come la crisi di fiducia istituzionale dei primi anni ’90 abbia rappresentato una vera e propria “ferita collettiva”, capace di mettere in luce la frattura tra dichiarato e praticato. Da lì nasce la convinzione che la solidità di un sistema – pubblico o privato – dipenda dalla credibilità di chi lo governa e dalla qualità delle decisioni che produce.
La sostenibilità, in questa prospettiva, non è comunicazione aggiuntiva, ma infrastruttura dei processi decisionali. “Rafforzare fiducia e credibilità – ha sottolineato – non significa intervenire solo sulla comunicazione, ma sulla qualità dei processi decisionali, gestionali e partecipativi”. È qui che prende forma il metodo sviluppato con REFE “Rendersi conto per rendere conto”: prima la consapevolezza interna, poi la rendicontazione verso l’esterno.
La rendicontazione viene così riletta come strumento trasformativo. Non un documento statico, ma un processo capace di rendere tangibili capitali intangibili come reputazione e fiducia. Fare bilancio significa “assumere consapevolezza”, misurare gli impatti, interrogarsi sulla coerenza tra obiettivi dichiarati e risultati ottenuti (positivi o negativi che siano). Solo così la sostenibilità diventa leva strategica.
Un passaggio centrale dell’incontro ha riguardato il ruolo delle istituzioni pubbliche, chiamate a costruire il sistema di norme e valori entro cui operano imprese e cittadini. L’integrazione dei criteri ESG non può quindi limitarsi al settore privato, ma richiede un ripensamento complessivo dei modelli di governance.
Particolarmente interessante la riflessione sul rischio di “washing”: la moltiplicazione di messaggi non sostenuti da contenuti reali. In questo senso, il metodo proposto si configura come “anticorpo” al greenwashing e alle sue varianti, poiché unisce rigore metodologico, misurazione e trasparenza.
Nella parte conclusiva, l’attenzione si è spostata sugli strumenti più innovativi di rendicontazione, capaci di integrare digitalizzazione e sostenibilità nella prospettiva della “twin transition”. Il report evolve in “open report”: non più solo documento a consuntivo, ma piattaforma dinamica, aggiornabile, interattiva, in grado di connettere governance, strategia e comunicazione in modo coerente. Le due case history presentate hanno mostrato concretamente come questo approccio faciliti la lettura e la comprensione dei contenuti: il report diventa un vero e proprio sistema di comunicazione integrato, capace di collegare dati, obiettivi, progetti e impatti in modo navigabile e personalizzabile. Non più un documento destinato a pochi addetti ai lavori, ma uno strumento vivo, che consente agli stakeholder di orientarsi tra strategie, risultati e prospettive di sviluppo, rendendo trasparente il percorso dell’organizzazione.
L’incontro ha così restituito una visione della sostenibilità come pratica di responsabilità integrata: misurare per comprendere, comunicare per costruire relazione, governare per generare valore condiviso.

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